Il Gelso Bianco di Architetto Floriana Errico | homify
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Architetto Floriana Errico
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Il Gelso Bianco

Questo crogiuolo di trulli, denominato dal committente “Il Gelso Bianco”, sarebbe stato destinato all’indomani della ristrutturazione ad un uso ricettivo internazionale. L’architetto ha lavorato in sinergia con lo studio dell’ingegner Marco Pellegrini che, insieme all’ingegner Marcello Pellegrini, si sono occupati della progettazione degli impianti e del coordinamento della sicurezza in fase sia di progettazione sia di esecuzione dei lavori. L’esigenza della committenza era quella di far vivere “ Il Gelso Bianco “ tutto l’anno e da una clientela internazionale le cui esigenze di benessere climatico sono differenti pertanto si è studiato insieme alla studio d’ingegneria un sistema di riscaldamento e raffreddamento a pavimento; dei fan coil sapientemente mascherati assolvono ad evitare l’effetto rugiada sulla pavimentazione in chianche. Tutto il sistema impiantistico è stato studiato non solo per essere completamente integrato in quella tipologia abitativa e nel contesto logistico, ma soprattutto che non si opponesse ad un intervento di tipo conservativo

Il restauro di questa struttura del 1897 circa, iniziato a novembre del 2010 e terminato in soli sette mesi, è stato importante e complesso; la sua finalità è stata quella di ristabilire non solo un giusto equilibrio tra la natura, che ormai aveva preso il suo sopravvento e i ruderi che strenuamente resistevano agli attacchi del tempo, ma anche realizzare un complesso ricettivo contemporaneo.

Pertanto, racconta l’architetto, “ho progettato una ristrutturazione nella fedeltà dei materiali, delle tecniche, e agli usi delle murge dei trulli, avvalendomi di maestranze locali che, con sapienza e tenacia, hanno ripristinato ambienti, forme e prospettive in una costruzione di 11 coni, alcove e nicchie, utilizzando, al meglio, i materiali tradizionali.

In una prima fase, il recupero ha comportato sia l’eliminazione di alcuni interventi avvenuti negli anni, non finalizzati al rispetto dell’antico, sia il consolidamento e la bonifica di ambienti fortemente compromessi da un punto di vista strutturale.

Grazie al sapiente lavoro dell’impresa edile e dei maestri trullari si sono eliminate tutte le superfetazioni, attraverso una corposa opera di sabbiatura che ha portato alla luce tutta la bellezza delle struttura in pietra nascosta da intonaco a base di cemento.

Si è intervenuto anche sui coni in modo particolare su alcune chiancarelle rotte si è operato con un lavoro di “cuci e scuci” sostituendo, laddove necessario, quelle danneggiate con altre tagliate sempre a mano dal maestro trullaro.

Per la pavimentazione del complesso di trulli, l’architetto ha voluto riutilizzare le originarie chianche presenti nella struttura; a causa dell’elevato spessore di queste ultime, che non avrebbe consentito il corretto funzionamento del riscaldamento a pavimento, “ho richiesto” dice l’architetto, “che fossero tagliate in senso longitudinale, recuperando così non solo la pavimentazione originaria ma con gli “scarti” la pavimentazione dei vialetti esterni nella logica, da me abbracciata, in questo tipo di intervento del recupero.

Stessa attenzione la si è avuta per gli interventi sull’esterno, dove la piscina, nelle cui acque si specchiano gli ulivi, non risulta un elemento di disturbo inserito in un complesso storico, ma è ben integrata, poiché, delimitata da muretti a secco e da gradoni in pietra che evidenziano i salti di quota preesistenti, ben si raccorda con il piazzale antistante la vecchia casa padronale ed il capannello dei trulli .

Il complesso termina con una grande stalla a pianta rettangolare e volta a botte.

I cinque coni più grandi che fanno parte della casa padronale oggi occupano altrettante camere; ciascuna è collegata, attraverso una porta al proprio bagno, che occupa un cono più piccolo. Ciascuna camera è connotata, all’esterno, da targhe in ceramica, poste sulle porte di accesso, all’interno, da composizioni di fiori o di frutti autoctoni, realizzate sempre in ceramica da artigiani di Grottaglie.

La Casa Padronale la cui facciata è stata rifinita con un grassello di calce bianca altamente traspirante è costituita da un ingresso soggiorno sul quale, si affacciano tre porte due delle quali danno accesso alle camere: “Il Fico” e “Il Melograno, la terza porta immette in un vano di un cono più piccolo nel quale è stata recuperata l’originaria cucina con camino sotto un’arcata e in nicchie naturali.

Nella stanza del “Melograno” che occupa il cono più grande sia come dimensioni planimetriche sia come altezza, l’accesso alla zona notte avviene attraverso una scala in legno che porta su un soppalco, al disotto del quale è stato ricavato un bagno.

Attraverso il recupero di una bianca scala in pietra, presente all’esterno della Casa Padronale, si giunge alla camera del “Fico D’India”.

Sul piazzale esterno, delimitato da muretti a secco e da gradoni in pietra, ben raccordati ai terrazzi con giardini e piscina, si presenta in tutta la sua bellezza il crocchio dei sei trulli più grandi, dalle cui porte d’ingresso si accede in altre due camere, “ l’Agave”, e “ il Carciofo”.

“ L’Agave”, la suite, comprende tre trulli, comunicanti, attraverso arcate naturali. Dall’esterno si accede nel primo cono, dove vi è un piccolo vano soggiorno con camino; attraversando arcate naturali, ci si immette nel secondo cono, nel quale è posizionata l’alcova. Una porta in legno, realizzata su misura, conduce al terzo cono più piccolo, nel quale si è ricavato un bagno con vasca.

“ Il Carciofo” è costituito da due trulli comunicanti; uno è occupato dalla camera matrimoniale , in quello più piccolo è stato recuperato un bagno con doccia.

All’estremità opposta della casa padronale, la vecchia stalla, la cui arcata d’ingresso è chiusa da un’imponente porta in legno, è stata trasformata in una grande cucina, allo scopo, nell’intento del committente, di ospitare una “scuola- cucina”.

“Alla pietra bianca e viva delle volte e delle alte pareti”, racconta l’architetto Errico “ mi è piaciuto accostare un rivestimento minerale, “il pastellone” perché presenta particolari effetti sfumati con una gradevole finitura liscia e vellutata, dagli effetti rustici ed eleganti al tempo stesso”. Nelle lunghe ed ampie nicchie, sormontate dalle bianche arcate, si snoda un arredo in muratura e in legno, idoneo ed esaustivo, che ben risponde alla funzione di tale cucina, dove, piccole finestre, ricavate in altrettante nicchie, filtrano dolcemente l’abbagliante luce estiva.

Tutti gli infissi interni ed esterni sono stati realizzati su misura ed in legno assecondando, comunque, le attuali esigenze di risparmio energetico per questo le finestre presentano comunque doppi vetri a taglio termico.

Per l’arredamento dei bagni e dei lavabi delle cucine, l’architetto si è avvalsa della collaborazione e sapienza di maestranze locali, che li hanno pensati e realizzati a mangiatoia di una stalla, in pietra ricomposta.

L’arredo delle camere semplice, ma raffinato, predilige il ferro battuto, i toni chiari della tappezzeria e degli oggetti, recuperati in mercatini rionali nei graziosi paesi dell’amata Puglia e restaurati con un effetto shabby. Tale design ben si accosta sia alla pietra viva delle pareti e delle volte sia ai tagli naturali delle pietre che ricoprono il pavimento, il tutto illuminato dai raggi del caldo sole pugliese, che filtrando dalle alte finestre dei coni, crea un’atmosfera ricca d’amore e di bellezza.

Foto: Loren j root

Località
Martina Franca

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